Leggi l’intervista a Jean Paul Vernant sulla tragedia greca, da cui è tratto anche il pensiero che hai trovato nella presentazione. Scrivi poi un commento, una riflessione, o semplicemente evidenzia quali sono i concetti che ti sembrano più importanti e interessanti

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10 pensieri riguardo “Il pensiero di Vernant sulla tragedia

  1. L’intervista spiega molto chiaramente la funzione storica della tragedia, ma mi ha lasciato perplesso il punto in cui si dice che “molte cose che ci sembravano certe sono oggi in crisi: in particolare l’ottimismo storico, l’idea di un futuro che l’uomo possa dominare, l’idea che l’uomo è padrone della propria storia, che egli è padrone e possessore della natura”; è vero: oggi l’uomo si rende conto della propria insignificanza di fronte alla vastità dell’universo, ciò che si sa sembra sempre un infinitesimo di ciò che non si sa. Tuttavia penso che proprio la capacità e la volontà umana ci abbiano portato a questa consapevolezza, e che anche di fronte a un destino ineluttabile (non mascherato dalla finzione scenica) sia consolante la certezza di aver compiuto ogni cosa avendo come obiettivo il bene.

  2. L’intervista è interessante e riesce a motivare con semplicità i punti chiave studiati. Però trovo difficile concordare con l’affermazione dell’ultimo paragrafo:c’è più verità nella tragedia che nella storiografia. Personalmente ritengo (forse non riuscendo ad “immergermi” nel mondo narrato dai tragediografi) che la tragedia, proprio perchè pura creazione dell’uomo, sia qualcosa di artificioso. In primo luogo perchè, pur basandosi su miti già esistenti, la storia narrata è vera solo nei fatti raccontati da quel tragediografo. Mi spiego meglio: Edipo che diventa assassino del padre e sposo della madre viene narrato da Sofocle. Di quegli avvenimenti sappiamo solo ciò che lui dice. Non ci si può chiedere cosa fece Edipo all’età di tredici anni, perchè Sofocle non ce lo dice. E noi non possiamo nemmeno fare delle congetture poichè Edipo è solo un personaggio inventato. Invece la storia ci giunge sottoforma di molteplici fonti che come un mosaico ricreano la realtà scomparsa. L’uomo può ipotizzare quei fatti che esse non ci riportano poichè realmente accaduti e non servi della fantasia di un tragediografo.

  3. Leggendo l’intervista sulla tragedia greca si è effettivamente colpiti quando l’autore Jean-Pierre Vernant dice che l’ottimismo storico “si è infranto contro un muro”. In effetti, sebbene sia molto positivo l’ottimismo storico-scientifico di Alberto, oggi, in un mondo certamente non evoluto e buono come ci si sarebbe aspettati, capita spesso di chiedersi quanti agiscano per il bene e quanti invece, per il contrario.

    Rispondendo a Mattia, credo che, secondo il testo, la storia possiede (o ritiene di possedere) la verità dei singoli fatti concreti, o pure di avvenimenti più estesi, mentre la tragedia possiede (o ritiene di possedere) la verità riguardo la natura della condizione umana.

    Mi ha interessato anche il punto in cui la tragedia è definita “simulazione” della vita: “lo spettatore che vede tutto ciò prova pietà e terrore, ed ha la sensazione che quanto è accaduto a quell’individuo avrebbe potuto accadere a lui stesso”. Oggi andiamo meno spesso a teatro, ma molto di più al cinema, in qualche modo “evoluzione tecnologica” della rappresentazione teatrale. Pongo quindi una domanda ai miei compagni:
    quando si vede un film, si crede ancora di assistere a fatti che potrebbero capitare anche a noi, oppure tutto è vissuto con un certo distacco, come qualcosa lontano dalla nostra vita quotidiana?

  4. Il tuo commento è molto lucido. In effetti, volevo anche io rispondere a Mattia che la verità di cui parla Aristotele non è “una” verità, come può essere quella di un fatto storico (tenuto anche presente il fatto che la storiografia muoveva allora i primi passi), ma “la”verità, una verità universale che nasce dalla riflessione sul mito e sull’uomo, una verità filosofica, che ricerca “i crepacci nascosti” nell’esistenza umana, affrontando con lo spirito tipicamente greco di una indagine razionale il mistero del dolore.
    Grazie del commento, tuo, e naturalemnte di Mattia e Alberto. spero che altri accoglieranno la tua provocazione e si uniranno alla nostra riflessione.

  5. Leggendo quest’intervista sono rimasta molto colpita dal paragrafo 4, dove Vernant spiega che “in Edipo, in modo magistrale, vediamo un uomo che è il campione della riflessione: è il re che ha saputo indovinare, che ha saputo capire, l’ uomo che cerca di capire, che vuol sapere la verità. E mentre persegue questa verità, mentre segue il suo cammino, realizza che in realtà gli dei lo hanno guidato dall’ inizio alla fine.” Ecco, in questo punto penso che emerga quanto il concetto di libertà per l’uomo greco fosse in realtà “vuoto”, in contraddizione con la realtà; la patria delle poleis, tradizionalmente autonome e orgogliose della propria autonomia, è in realtà sottomessa a forze superiori a cui non può opporsi, così come l’uomo che per Lisia combatte in nome della libertà (vedi versione n.185) in realtà è sottomesso allo stesso modo di chi è governato da una monarchia. Forse attualmente la sfiducia nella religione (qualsiasi religione) avviene per la consapevolezza di questa possibilità, cioè di essere guidati e controllati da qualcosa che sta al di sopra di noi, in netto contrasto con le quotidiane manifestazioni ed esibizioni di autonomia tipiche di oggi…
    Rispondendo a Nicola, credo che la percezione che si ha di un film dipenda dalla capacità di interpretarlo: se si riesce a coglierne il senso, si può proiettare l’esperienza del film nell’ambito della nostra vita, altrimenti, come dicevi tu, diventa uno spettacolo distaccato dalla quotidianità…

  6. A proposito di cinema, consiglio a chi ama l’argomento una lettura davvero molto interessante , che fa capire molto bene, tra l’altro, come uno sceneggiatore riesce a farci immedesimare in un personaggio.
    Si tratta di un saggio di Fumagalli, I vestiti nuovi del narratore , sull’adattamento da letteratura a cinema.
    Contiene anche bellissime analisi di film molto noti, da Ragione e sentimento, a A beautiful mind, al Gladiatore…
    http://www.gianfrancomarrone.it/pdf_articoli/36_il_romanzo_deve.pdf

  7. Credo che l’intervista di Vernant proponga una connotazione della tragedia in senso realista. Il senso del tragico, la difficoltà del prendere decisioni più o meno difficili, e la viva rappresentazione del mito con caratteristiche tipe della quotidianità, rendono la tragedia come una sorta di rappresentazione paideutica che oltre a portare un insegnamento agli spettatori, pone questioni etiche e tragedie tipiche di ogni uomo. Oggi viviamo infatti in un forte periodo di insicurezza e di crisi e il senso del tragico è ancor più accentuato. Penso che la tragedia nell’antica Grecia fosse come uno strumento che aiutasse ai Greci ad assumere una maggiore consapevolezza della loro grandezza, e della loro responsabilità che ogni giorno mettevano a dura prova in decisioni importanti. Insomma una sorta di specchio che riflette loro stessi. Un meccanismo che guida la riflessione su sè stessi e il mondo. Oggi ogni decisione, ogni volere, ogni gesto assume una connotazione tragica, come se fossimo portati a compiere errori continui. Una maggior autostima e decisione nel prendere posizione o nell’affrontare la vita porterebbero sicuramente ad allontanare questo senso del tragico. Io studiando in un liceo classico, sono rimasto in questi anni molto colpito dalla mentalità dei greci: molto semplice e dinamica, e duttile. E spesso ho concepito che il mondo greco pur essendo fintamente religioso e molto più laico di quanto noi cerchiamo d’essere, usava una forte razionalità in ogni sua manifestazione. La grandiosità della tragedia quindi credo che sia nella rappresentazione realista dei problemi della quotidianità greca da cui gli stessi greci traevano insegnamenti per risolvere problemi e l’autoconsapevolezza della loro grandiosità per il modo di porsi nei confronti della vita.

  8. L’intervista di Vernant spiega a fondo i caratteri della tragedia: la mimesis, il senso del tragico, la catarsi e la verità trasmessa. Leggendola, ho capito quanto questa forma di teatro sia sempre attuale: il contrasto tra volontà e necessità ha accompagnato, accompagna e accompagnerà sempre l’uomo. Ci sarà sempre qualcosa che ci sovrasterà e limiterà la nostra libertà.

    Una frase che mi ha molto colpito è :”Gli eroi sono uomini a cui capitano delle catastofi”. Non sono dotati di poteri sporannaturali, ma gioiscono e soprattutto soffrono come qualsiasi altro essere umano. Non sono eroi perchè hanno compiuto delle imprese memorabili. Credo che anche questo elemento, la natura profondamente umana degli eroi in cui chiunque poteva immedesimarsi, contribuisse ad incrementare il coinvolgimento del pubblico greco.

    Per rispondere a Nicola, ritengo che oggi, al cinema, sia sempre più difficile pensare che ciò a cui si assiste potrebbe capitare anche a noi. E questo non solo perchè, come dice Maria Cristina, a volte non “si riesce a coglierne il senso” e quindi a “proiettare l’esperienza del film nell’ambito della nostra vita”, ma anche perchè molti film sono troppo distanti dalla realtà quotidiana per risultare “credibili”.

  9. Per ora grazie a tutti dei commenti che state lasciando. Cominciano ad essere numerosi! Ne parleremo in classe, e qui, in modo meno formale…
    Ciao!

  10. L’intervista di Vernant spiega chiaramente i caratteri della tragedia: personaggi,eroi e eventi drammatici. Credo che molti aspetti della tragedia greca, come il contrasto tra l’io dell’uomo e le circostanze esterne, persistano ancora oggi; personalmente mi capita a volte di desiderare compiere qualcosa che sono certa ma faccia stare bene e che realizzi in pieno la mia volontà. Ma quando mi rendo conto che questa mia scelta porta serenità solo me stessa, rivedo la mia decisione e talvolta ci rinuncio e talvolta prendo un’altra strada per accontentare le persone che mi stanno intorno.
    In tutta l’intervista mi ha colpito il primo paragrafo perchè mi prende più da vicino. infatti mi ha colpito quando dice: “l’ idea che l’ uomo potesse con la propria volontà, in cooperazione con i suoi, con gli altri, in gruppo, costruire l’ avvenire, è andata a sbattere contro un muro”. Io sono d’accordo con lui. Credo infatti che al giorno d’oggi non sia possibile immaginare e tanto meno programmare il futuro; credo però che l’uomo possa creare delle basi solide per il proprio futuro e avere quindi la certezza delle proprie fondamenta. Ma è impossibile essere sicuri che il domani sarà in un certo modo; gli imprevisti ci sono sempre!
    Io , per prima, faccio fatica ad accettarli: ma non è proprio ciò che contraddistingue l’eroe tragico?…la consapevolezza dei drammi subiti.

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