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Nell’età di Cesare, caratterizzata da  forti sconvolgimenti – crisi delle istituzioni, personalismi ed individualismi politici, guerra civile- due sono le possibili scelte degli intellettuali, che si possono riassumere nei due termini di otium e negotium. “Otium” come disimpegno politico, distacco e rifiuto di una realtà negativa, che si esprime  attraverso una concezione della poesia come “lusus” raffinato in Catullo e nei poeti neoterici. Oppure, come in Lucrezio, come rifugio nella filosofia epicurea che, con il fascino del ” vivi appartato” lo tenne lontano dalla vita politica attiva e lo indusse a progettare un grandioso poema che liberasse l’uomo da dolori e paure e lo aiutasse a raggiungere la serenità. Negotium, al contrario, come partecipazione attiva anche attraverso gli scritti alle vicende politiche di Roma, come difesa del proprio operato o come contributo alla riflessione politica: è il caso di autori come Cesare, Cicerone, Sallustio.Del tutto differente il ruolo dell’intellettuale in età augustea. A lui, non più civis ma di fatto suddito, viene richiesta una adesione ai valori della restaurazione augustea: la missione civilizzatrice di Roma, il recupero degli antiqui et boni mores, la valorizzazione della campagna. Contro il pericolo di un nuovo isolamento degli intellettuali il ruolo di mediatore  tra Augusto e gli uomini di cultura  viene assunto da Mecenate. A lui il compito di coinvolgerli nel sostegno alle scelte del princeps, di assisterli e sostenerli, di promuovere la produzione di grandi opere in sintonia col nuovo clima politico.  Così, in questo delicato equilibrio tra adesione al programma augusteo e libertà espressiva nascono le Georgiche e l’Eneide di Virgilio, le Storie di Tito Livio, il  Carmen Saeculare di Orazio, ma anche  il suo senso della misura e l’elogio della serenità della campagna .