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La contemplazione in condizioni di intensità luminosa al massimo grado, la visione delle cause prime, di quel livello di conoscenza interdetto ai mortali, genera nella letteratura greca varie figure di ciechi-sapienti, puniti per questo peccato di hybris. La cecità temporanea di Stesicoro, punito «per aver parlato male di Elena»  e quella permanente di Tiresia, privato della vista per aver visto, anche senza volerlo, «le cose non concesse» (Callimaco, Chioma di Berenice, vv. 78-83.), ossia la nudità della dea Atena, sono esempi famosi di questo atteggiamento. Ma quello più grandioso e mirabilmente paradigmatico è il caso di Edipo come viene raccontato da Sofocle nell’Edipo Tiranno, che può essere considerata una tragedia della ricerca della verità ontologica delle cose.

Edipo, figlio dei sovrani di Tebe, Laio e Giocasta, viene abbandonato, affinché muoia, sul monte Citerone, in seguito a un responso oracolare che lo aveva previsto come uccisore del padre e sposo della madre. Raccolto da un pastore viene adottato, a sua insaputa, dai sovrani di Corinto. Cresciuto negli anni, Edipo è istigato, da una voce maligna di un ubriaco (Dioniso?) che durante un banchetto lo aveva chiamato «bastardo» , a ricercare la propria identità, la propria vera origine, la causa prima del suo essere. Interrogato l’oracolo di Delfi, riceve come risposta la profezia della generazione di una prole incestuosa e del suo futuro parricidio. Spaventato, decide di non far ritorno a Corinto. Sulla strada per Tebe, giunto a un trivio, per questioni banali di precedenza, uccide, inconsapevole, il vero padre, Laio. Edipo, nel suo moto a ritroso verso le origini, raggiunge così la vera patria natia, che in quel periodo era tenuta in scacco dalla Sfinge, il mostro polimorfo che divorava chiunque, nell’entrare in città, non riuscisse a risolvere i suoi quesiti. Sciolto il famoso enigma3, Edipo prende possesso di Tebe e ne sposa la regina, sua madre. Irato per la colpa di cui si è macchiato il nuovo re, Apollo manda su Tebe una pestilenza terribile. Qui inizia la tragedia di Sofocle: la città è in balìa della malattia e Edipo ne cerca la causa.
Interrogato di nuovo l’oracolo, il responso è di espellere l’impurità che infetta la città. Tutti convengono sulla necessità di individuare il responsabile dell’uccisione di Laio. Viene allora chiamato l’idovino cieco Tiresia, profeta che «vede quanto vede il profetico Apollo» (Sofocle, Edipo Tiranno, v. 284), «il solo fra gli uomini che possegga, intatta, la verità» (Ibid., v. 299). Lo scontro tra chi conosce le cause originarie e chi non vuole arrendersi all’evidenza del vero è inevitabile. Assistiamo, nell’antagonismo tra Edipo e Tiresia, al primo tentativo di laicizzazione della sophia, all’incommensurabilità tra un atteggiamento teoretico proprio dell’uomo mortale che pretende di sapere (di sentirsi dire) ciò che non gli è concesso, e un atteggiamento profetico di custodia del sapere terribile alla mente (in metafora, agli occhi) di chi non è iniziato.
Lo scontro tra l’indovino e il tiranno è caratterizzato dall’impudenza del sovrano nel sopravvalutare la sua capacità intellettiva e nel diminuire le virtù divine del vate:

Com’è che ai tempi in cui la cagna imperversava con i suoi indovinelli, tu non pronunciasti la parola che salvasse i tuoi concittadini? E sì che non toccava al primo venuto svelare l’enigma: occorreva quell’arte profetica che tu non dimostrasti di avere appreso né dagli uccelli né da un dio. E invece io, Edipo, io che nulla sapevo, appena giunto ammutolii la Sfinge con la forza della mia intelligenza, senza nulla aver appreso dal volo degli uccelli. (Ibid., vv. 391-403)

[…] sei cieco negli occhi, nelle orecchie e nella mente. (Ibid., vv. 370-71)

Ti nutri di una notte senza fine: non puoi proprio nuocere né a me né a nessun altro, che veda la luce del sole. (Ibid., vv. 374-75)

Colmo della paradossalità di Edipo è proprio il rivolgere a Tiresia offese sulla sua condizione di non vedente e, parallelamente, di non sapiente, illuso (peccando di hybris) che fosse sufficiente l’intelligenza umana a sondare l’abisso dell’essere senza veli delle cose, dell’identità personale: «[…] io, quell’Edipo illustre che tutti conoscono» (Ibid., v. 8) esclama all’inizio della tragedia.
Edipo manifesta a più riprese la volontà di varcare la soglia proibita al mortale, la conoscenza diretta delle cause, utilizzando spesso la metafora della luce:

[…] chiunque di voi sappia chi uccise Laio, figlio di Labdaco, riveli a me ogni cosa [panta = tutta la verità].(Ibid., vv. 224-226)

Ormai è giunto il momento di fare piena luce su tutto. (Ibid., v. 1050)

Tutto è chiaro. (Ibid., v. 774)

Devo sapere chiaramente. (Ibid., 1065)

Si sprigionino tutti i mali del mondo, ma io voglio conoscere la mia origine. (Ibid., 1077)

Tutto è ormai chiaro. (Ibid., 1182)

L’analisi delle occorrenze di saphés (chiaro, manifesto) e relativo uso avverbiale evidenzia tre tipologie di impiego:

  • dire chiaramente / riferire fedelmente
  • vedere chiaramente
  • sapere tutto, senza lacune

Venuto a conoscenza della verità delle cose, la conseguenza è l’accecamento: la luce che gli dèi, tramite Tiresia («Sei tu l’assassino che cerchi […] Dico che convivi in unione incestuosa con i tuoi e non vedi l’abisso infame in cui sei precipitato»), hanno gettato su di lui è troppo forte da sopportare. Edipo perde la vista.

La punizione di Edipo è la conseguenza del tentativo di accedere con umane risorse a conoscenze che necessitano di interventi extra-umani, o, almeno, di una preparazione specifica che ha lo scopo di salvaguardare la vista, fuor di metafora, la retta ragione.