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Il tormentato processo di formazione dell’universo dei Greci, un ordine che si impone con la violenza. La stessa cosmogonia esiodea presenta un carattere tragico che fonda, insieme alla terra e all’universo, la drammatica realtà dell’uomo. Mentre la filosofia riscriverà il patrimonio mitico attraverso allegorie, Amore e Contesa, che traducono l’antica contrapposizione tra divinità luminose e oscure

Ordine e Disordine, Armonia e Squilibrio si oppongono dalla notte dei tempi. E i grandi racconti sorti intorno agli interrogativi sulla nascita della vita e dell’universo parlano in molte culture dell’antagonismo tra questi due opposti principi.

In greco il termine che indica l’universo, Kosmos, significa innanzitutto e originariamente “ordine”, ma anche “ornamento”: “armonia ordinata”, dunque, un’idea di bellezza che nasce da un’intima compenetrazione con l’essenza “armonica” ed equilibrata della bellezza stessa. L’opposto di Kosmos è Chaos, il vuoto disordinato, lo spazio aperto dall’incerta definizione: una realtà confusa, vaga, oscura (la radice indoeuropea del termine greco si ritrova, nel latino come nel greco, in termini che indicano “lo stare a bocca aperta”).
Analogamente, il latino mundus trasferisce all’universo che designa gli stessi caratteri di ordine, armonia e nettezza iscritti nel greco Kosmos. In entrambe le lingue, e in entrambe le culture, l’universo è l’Ordine perfetto, una realtà armonica che nasce e si forma in opposizione al Caos indistinto, al Disordine e all’imperfezione.
L’Universo dei Greci conosce un tormentoso e difficile processo di formazione: è un ordine che si afferma e si impone attraverso la violenza.
In principio – secondo quanto afferma Esiodo nella sua Teogonia, il poema sulla “nascita degli dèi” – era il Caos: dopo di lui vennero Gaia, la Terra, Tartaro, l’abisso tenebroso, ed Eros, l’Amore primordiale. Da queste quattro forze ha origine la prima generazione degli dèi, il cui padre è Urano (Ouranos, “il Cielo”) insieme figlio e sposo di Gaia, la Terra. Urano è un dio violento, “primitivo”, dagli insaziabili appetiti sessuali: perennemente steso su Gaia, la ingravida continuamente ma le impedisce di dare alla luce i suoi figli. Il processo cosmogonico, di separazione della Terra dal Cielo, di Gaia da Urano, prende l’avvio da un atto di violenza compiuto da uno dei figli racchiusi nel ventre di Gaia ai danni del padre. Crono (“il Tempo”), il più giovane dei figli, evira il padre mentre questi giace con Gaia. Con un terribile urlo di dolore Urano si separa, ritirandosi in alto, dalla Terra.

L’urlo di dolore di Urano segna l’inizio del mondo, di quella realtà distinta e ordinata che ora finalmente sta per prendere forma. Ma è una realtà ancora minacciata, un ordine ancora instabile e precario, esposto ancora alla violenza e senza un signore supremo. La successione violenta di Crono (che ha evirato e detronizzato il padre Urano) si ripete nella generazione successiva: Crono viene a sua volta sconfitto e detronizzato da uno dei suoi figli, Zeus (dopo il Cielo, vinto dal “Tempo”, saremmo tentati di dire, è la volta della “Luce”, Zeus, che vince il Tempo).
La cosmologia “teogonica” di Esiodo, libro fondante e “sapienziale” della cultura greca, ha tradotto la domanda sull’origine dell’universo in domanda sull’origine e la nascita del divino. Nelle genealogie che dai quattro principi primi si susseguono, prima e dopo Zeus, l’uomo ha un posto solo apparentemente secondario: è mescolato agli dèi, c’è o c’è sempre stato (come e da chi non è dato sapere), ma in realtà influenza tutta l’organizzazione delle gerarchie, delle caratteristiche, tutto l’assetto e la natura del mondo divino. Anche per questo, la cosmogonia esiodea è una cosmogonia “tragica”, che fonda, insieme alla Terra e all’universo, la drammatica realtà dell’uomo. Una delle figlie di Caos, la Notte, è madre e origine di tutti gli aspetti oscuri della vita umana: Invidia, Inganno, Vecchiaia, Contesa, Fatica, Fame, Dolore, Assassinio ecc.; esseri che insidiano e minacciano la vita, e che resteranno attivi anche dopo l’avvento al potere di Zeus, il dio luminoso.
La signoria di Zeus interviene a interrompere e insieme a finalizzare la successione violenta padre-figlio nella lotta per il regno; una soluzione “centripeta” che rielabora e trasforma materiale mitico proveniente dal Vicino Oriente. L’avvicendamento Urano-Crono-Zeus ha un parallelo molto stretto in un testo cuneiforme ittita – databile intorno al XIII secolo a.C. – derivante da un originale hurrita; anche qui, una lotta violenta per la supremazia fra quattro divinità: Alalu, Anu, Kumarbi, il Dio delle Tempeste. Manca però un principio teleologico, un fine a cui tende la lotta; la vittoria del Dio delle Tempeste è solo un episodio nella guerra fra le divinità.
In Esiodo, Zeus vince e signoreggia sul mondo, è sovrano e garante dell’ordine. Un ordine che sempre più si precisa insieme come traduzione e ricerca di legittimazione di quello umano (e non a caso, in epoche diverse e lontane da questa, l’assetto dell’universo è stato investito di valenze simboliche e paradigmatiche, che lo hanno messo a confronto con l’ordine terreno, sia esso sociale, politico, o “ideologico”).
E’ un’età, quella in cui vive e scrive Esiodo (VII secolo a.C.) in cui, ancora, la realtà fisica (come quella, sia pure embrionale, dello spirito) viene letta e interpretata sotto forma di mito. Il mito stesso è racconto di fondazione, favola sulle origini; e “miti” per eccellenza sono allora proprio i miti che raccontano come si è formata la vita e spiegano le radici del mondo. Un sostrato mitico comune a molte culture parla lo stesso linguaggio, e conosce storie analoghe: storie sulla creazione dell’uomo, sul paradiso terrestre (o “età dell’oro”), sul degenerare progressivo delle stirpi umane, sul diluvio universale (la catastrofe che “rifonda” il mondo degenerato).
La filosofia, nel processo lento e fruttuoso di elaborazione delle categorie concettuali astratte, si appropria del patrimonio mitico e lo riscrive, lo allegorizza. Empedocle, il filosofo-scienziato del V secolo a.C., spiega l’origine dell’universo con la teoria della combinazione dei quattro elementi (aria, acqua, terra e fuoco) a opera dei due principi opposti di Amore e Contesa, Concordia e Astio. Un dualismo, quello empedocleo, che se da un lato caratterizza anche la speculazione filosofica di Anassimandro ed Eraclito (e viene adombrato addirittura in Lucrezio, che allude ai due principi empedoclei nel quadro di Venere e Marte abbracciati nell’incipit del De rerum natura), dall’altro sembra una traduzione sofisticata e rielaborata dell’antica contrapposizione esiodea tra le divinità “luminose” e quelle oscure, la discendenza della Notte. E di quell’antica contrapposizione la teoria di Empedocle eredita anche e soprattutto lo spirito: l’opposizione tra i due motori del macrocosmo, Concordia e Astio, non è che la proiezione dei contrasti umani nella realtà universale, dei contrasti psicologici del singolo nell’universo. Una lettura tutta “umana” del mistero della vita.
Ma l’allegorizzazione più spinta e insieme più poetica del mito, l’elaborazione filosofica più articolata del “racconto di fondazione” è nel segno di Platone. La sua favola sulle origini del mondo è una favola che racconta innanzitutto gli uomini e il loro essere alla vita; nel Protagora, tratteggiando le origini della scienza politica, Platone parla di un processo quasi casuale e improvvido di creazione dell’uomo: gli dèi (sull’origine dei quali, ora, non si sollevano più interrogativi) creano il mondo e gli esseri viventi, e affidano a Epimeteo e Prometeo (due Titani della seconda generazione di dèi) il compito di rivestirli, di dotarli di caratteristiche vitali che consentano loro di vivere e sopravvivere. Epimeteo, sconsideratamente, consuma per gli altri esseri viventi tutti i “doni” e arrivato all’uomo non ha più nulla a disposizione: nudo, scalzo, debole e indifeso, quest’uomo delle origini, “dimenticato” dagli dèi, viene salvato da Prometeo, che gli garantisce una rinascita donandogli il sapere tecnico e il fuoco: in una parola, la scienza della vita.
Alleato-antagonista di Zeus nella Teogonia esiodea, ma preziosissimo simpatizzante degli uomini, Prometeo diventa l’eroe salvatore dell’umanità, e anche il fondatore dell’ordine “moderno” del mondo.Ma cosa accade della grandiosa cosmogonia di Esiodo, quale filiazione ha, traslata a Roma, in una cultura, quindi, post-mitica? La Teogonia diventa innanzitutto repertorio letterario di immagini e di storie, testo da leggere e imitare. Ovidio, nel I secolo d.C., riscrive il racconto della nascita del mondo giocando raffinatamente sul mito e sulle sue varianti; un mito che è diventato letteratura, e ha deposto il suo ruolo di specchio e osservatorio della realtà. Anche lo statuto del poeta è radicalmente mutato: vate ispirato e investito di verità, Esiodo; poeta raffinato ed elegante, leggero e smaliziato, Ovidio. La nascita dell’universo dal Caos (o meglio, la sua creazione per opera di un dio dall’incerta identità) è solo una premessa – “sbriciolata” in poche decine di versi – al racconto delle innumerevoli metamorfosi che danno forma al caleidoscopico atteggiarsi della realtà, ai molteplici aspetti dell’esistere. E lo schema della metamorfosi viene applicato, indifferentemente, a cielo e terra, alle stelle e agli astri non meno che agli alberi e ai fiumi. Il principio di biunivocità fra cielo e terra, dèi e uomini, ordine cosmico e ordine terreno non presuppone più, ora, una ricerca di legittimazione; è uno “strumento” per raccontare, per fare letteratura.
C’è però un’altra, diversa direzione – a metà tra filosofia e scienza – in cui questo principio viene riassorbito e declinato. L’astrologia, che giunge a Roma sempre attraverso la Grecia, ma che ha la sua origine presso i Babilonesi, fonda i suoi presupposti teorici proprio sulla corrispondenza tra cosmo e terra, movimenti celesti e destini umani. Manilio, che nel I secolo d.C. dà forma poetica a questa scienza (perché tale era considerata, in un’indefinitezza pressoché totale di confini con la scienza “sorella”, l’astronomia) sembra rovesciare – nella sua lettura stoica del mondo – l’antica ottica greca che sublimava nell’ordine universale, divino, la vita umana. L’ordine terreno, politico innanzitutto, è specchio di un più vasto ordine, di una ratio che regola l’universo e determina la storia umana: “come è suddiviso il popolo nelle grandi città, dove i senatori occupano il posto più alto e il più vicino a questo i cavalieri, e tu potresti vedere i cittadini seguire i cavalieri e il volgo senza qualità i cittadini e poi la folla senza nome, così anche nell’universo c’è una forma di stato fatta dalla natura, che ha creato nel cielo una città”.
La realtà “fenomenica” delle gerarchie socio-politiche è prova inoppugnabile dell’esistenza di un ordine superiore, che tutto regge, cielo e terra. Con il dilagare dell’irrazionalità nella storia e con la crisi progressiva, ma sempre più profonda, dell’impero romano, la fede nella biunivocità tra i due universi si incrina. In un mondo dominato dalla violenza, dal caso e dal disordine, in cui l’imperatore non può più essere visto come “riflesso” di quel sommo principio ordinatore che regola l’universo, l’ansia spirituale cresce, e ogni certezza, ogni punto saldo, vengono abbandonati. aperto il varco alla rottura, definitiva, di quel principio di specularità fra Cielo e Terra, divino e umano, “inaugurata” dal Cristianesimo: “i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie – oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri”.