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Tacito descrive il suicidio di Seneca, nel XV libro degli Annales , con toni cruenti. Insieme a sua moglie, già avevano reciso le vene, ma il corpo, vecchio e indebolito, offriva una uscita lenta al sangue. Così, per non cadere in tentazione, il filosofo che Nerone aveva condannato per il presunto coinvolgimento nella congiura di Pisone, fece trasferire la donna in un’altra stanza e chiese del veleno. Neppure quello ebbe effetto. Allora, Seneca – memore del suicidio di un amico, Marcellino – entrò in una vasca d’acqua bollente, “spruzzandone i servi più vicini e dicendo di fare con quel liquido libazioni a Giove Liberatore”. Finalmente, il calore disperse le ultime energie. Seneca morì. Era il 65 d.C. Due anni più tardi, a Roma, veniva decapitato S. Paolo. IlBoccaccio, commentando il verso della Divina Commedia in cui Dante incontra Seneca nel limbo, dà credito alla leggenda, a lungo coltivata dai Padri della Chiesa e poi nel Medioevo, secondo la quale Seneca era amico di Paolo e lui stesso simpatizzante per il cristianesimo. L’acqua spruzzata dalla vasca, nella fattispecie, si doveva intendere non come una libazione, bensì come il battesimo cristiano.
La leggenda è falsa. Tuttavia, come scrisse Pierre Grimal in un testo ormai classico, Seneca (riproposto da Garzanti), “non stupisce che gli scrittori cristiani abbiano riconosciuto in Seneca uno di loro. Certe sue affermazioni possono essere cristiane. Non perché conoscesse il cristianesimo, non poteva, ma perché il suo atteggiamento spirituale è quello del suo tempo, di una età in cui il pensiero religioso dell’Oriente subiva l’influsso del monoteismo ebraico e della religione egiziana”.
In Egitto, dove trascorse cinque anni a partire dal 25 d.C., Seneca ebbe, tra i suoi precettori, Cheremone, un sacerdote che aveva adattato la filosofia stoica ai principi isiaci (di cui era già edotto, comunque, avendo frequentato a Roma la setta dei Sestii). Forse, conobbe Filone, il commentatore della Bibbia al lume dell’esperienza neoplatonica, per il quale la filosofia non era altro che un pensiero totale che ha la sua fonte e il suo fine in Dio. Certamente partecipò di quello straordinario clima che si respirava ad Alessandria e in tutto il vicino Oriente, e nel quale, ancora sconosciuto ai più, s’era dischiuso il Verbo della rivelazione cristiana. Quando tornò in Italia, di nuovo i suoi maestri furono stoici, e piena fu l’adesione allo stoicismo. Però, il senso di una prospettiva del tutto irrazionale, un riflesso seppure pallido di quella luce ultramondana, raccolta sulle sponde della bianca città mediterranea, dovette accompagnarlo per sempre nella vita, se leggiamo il libro della vecchiaia, le Lettere a Lucilio (riproposte in un bel cofanetto, insieme alle altre opere morali, nella Bur), e in particolar modo la lettera numero 101.
In questa lettera, Seneca parla del futuro dell’anima: ed è una delle ultime. “Come il grembo materno ci tiene nove mesi non per sé, ma per prepararci a quel luogo in cui veniamo alla luce”, egli scrive a Lucilio, “così, nel periodo della nostra vita che va dall’infanzia alla vecchiaia, diventiamo maturi per un altro parto. Ci attende un’altra nascita, un altro ordine di cose. Perciò, rivolgi il pensiero senza trepidazione a quell’ora decisiva: non è l’ultima per l’anima, ma per il corpo… quel giorno che temi come l’ultimo è il primo dell’eternità”.
La presenza di Dio nell’anima dell’uomo e nell’universo (con una immagine che sarebbe stata di certo condivisa dai filosofi tantrici, Seneca ipotizzava che l’universo non fosse altro che il pensiero di Dio); la consapevolezza di essere parte dell’essenza divina, di un disegno misterioso che, nel primo giorno dell’eternità, conosceremo non attraverso lo stretto spiraglio degli occhi, ma attraverso la luce sfolgorante del cuore e della mente, è lo sfondo di questo libro meraviglioso dedicato alla cura dell’anima nello spazio fra l’infanzia e la vecchiaia: nel tempo.
Il saggio è colui il quale pone dentro di sé il termine di ogni bene e basta a se stesso. Egli sa che il vero bene nasce dalla buona coscienza, dai pensieri onesti, dal disprezzo del mondo. I metalli vili sono a fior di terra; quelli preziosi si nascondono nel sottosuolo: ma danno grande soddisfazione alla tenacia di chi riesce a estrarli. Il saggio sa che è con la tenacia che si esercita la virtù. E che le principali virtù consistono nel dominio di sé, nel distacco dal corpo, nella temperanza e nel coraggio, nell’esser fermi nelle tempeste. Il saggio che ogni sera può dire: “Ho vissuto” sa che la vera cassaforte è l’anima, perché custodisce beni che non si perdono. Sa anche, però, che non è solo la tenacia a consentire l’esercizio della virtù: questo è possibile perché Dio è nell’anima, più vicino di quanto immaginiamo.
La vecchiaia è il momento in cui la serenità del sapiente maggiormente risplende. Seneca la descrive in una pagina che di certo lesse Montaigne. Egli è in una sua villa fuori porta, ed è passato parecchio tempo da quando è stata costruita la casa: si vede dal colore della pietra, modificato dal tempo. Nell’orto, pendono gli ultimi frutti. Sono i più saporosi: come l’ultima coppa di vino. “Quanto è dolce aver stancato le passioni e averle alle spalle!”. Nessuno è così vecchio da non poter contare su un giorno di vita. E in un giorno c’è tutto: la luce, le tenebre, la penombra.