MEDEA TRA MITO E LETTERATURA

             “ La figura mitica di Medea dall’antichità ai nostri giorni “

  

http://u.jimdo.com/www15/o/sa1288bd1b25e8cc6/download/m529837190b797774/1298931670/Il+mito+di+Medea+nella+letteratura+e+nella+cultura+del+Novecento.pdf.

     RELAZIONE TENUTA DALLA PROF.SSA MASSIMILIANA VINCINI CATENA

Vediamo ora chi era Medea e da dove veniva.

Era della Colchide, regione del Caucaso, bagnata dal Mar Nero ed era figlia di Eete, figlio di Elio e di Idia (la sapiente), un’ oceanina sorella di Circe, il fratello si chiamava Apsirto. La sua storia s’intreccia con quella di Giasone alla guida degli Argonauti per la conquista del Vello d’oro. Il vello é quello dell’ariete alato che trasporto’ sulla sua groppa i fratelli Elle e Frisso, perseguitati dalla matrigna, fino all’Ellesponto (dove Elle annego’, da cui Ellesponto = mare di Elle). Frisso, zio di Giasone, si salvo’ ed in seguito fu ucciso da Eete per ragioni di potere. Secondo gli antropologi il vello aveva l’attributo magico di conferire la fertilità, la fecondazione maschile ed é il simbolo del dominio. L’ariete fu poi sacrificato e il suo vello inchiodato ad una quercia nel bosco sacro ad Ares, guardato a vista da un drago.

Perché Giasone lo vuole prendere ? Cosi’ gli aveva imposto Pelia, lo zio usurpatore ( aveva tolto il regno al padre di Giasone, Esone, e il futuro eroe era stato mandato sulle montagne e li’ educato dal centauro Chirone ). Medea ( colei che porta consiglio ), sacerdotessa di Ecate, guaritrice e maga, che guarisce e ringiovanisce e che, come divinità ctonia, puo’ togliere e ridare la vita, s’innamora di Giasone e lo aiuta nell’impresa.

L’eroe deve superare tre prove :

1) deve aggiogare due buoi indomati

2) dopo avere arato il campo seminato con i denti di serpente, deve sconfiggere i guerrieri nati dal terreno

3) deve uccidere il drago a guardia del Vello d’oro.

Grazie a Medea Giasone le supera, poi fugge con lei e un seguito di Colchi sulla nave, ma prima i due uccidono Apsirto , il fratello di Medea. Eete li insegue, ma perde tempo a raccogliere le varie parti del

corpo smembrato. I due dopo una sosta da Circe e una a Corcira, vanno in Tessaglia, dove Medea provoca indirettamente la morte di Pelia. Si recano poi a Corinto, dove trovano asilo presso il re Creonte.

Assistiamo all’abbandono : Giasone tradisce Medea, accingendosi a sposare Glauce, figlia del re; Medea, la cui stella va tramontando, si vendica, distruggendo la dinastia. Anche i suoi figli trovano la morte ( uccisi dai Corinzi  ).

Euripide privilegia le vicende di Medea in Grecia. A Corinto Medea esercita, come già a Iolco, un’azione destabilizzante : elimina la dinastia, ma l’azione che la caratterizza é l’uccisione dei figli. Nella storia del personaggio, questo gesto rimane determinante. Medea é un’eroina di tipo epico, che uccide i figli per annientare Giasone, distruggendone la casa dalle radici.

 

Seneca , invece, travisa l’epicità del gesto di Medea, trasformando la vendetta in semplice gelosia. Sembra la reazione di una donnicciola borghese, degenera nel grottesco, in contrasto con alcune battute che farebbero intendere un gran personaggio. Seneca, come del resto tutti gli altri autori, che fanno di Medea un personaggio a immagine e somiglianza dei tempi in cui vivono, impone la sua visione moralistica del mondo. All’eroina mitica contrappone quella “ furibonda e inerme “ esasperata dall’ira, estremo effetto di una emozione amorosa vista come fattore destabilizzante.

Nel primo Ottocento, il drammaturgo austriaco Franz Grillparzer, in pieno romanticismo scrive un’intera trilogia, partendo dalla leggenda di Frisso ( L’ospite, Gli Argonauti e Medea ). Ci presenta una Medea fanciulla che ama la vita dei boschi, ma anche regina delle ombre. E’ innamorata ma esita a lungo prima di decidere. In “ Medea “ vuol farsi greca, vive in un’atmosfera d’abbandono e di sospetto : perfino i figli la respingono. Anche lei uccide i figli, ma non é di indole malvagia. Non é responsabile della morte di Apsirto  né di Pelia. La vicenda si conclude con l’incontro di Medea e Glauce, che riportano il Vello d’oro a Delfi. C’é dolore, espiazione e riscatto romantico. Assistiamo all’impossibilità di intendersi tra culture diverse – tema molto attuale – su come sia difficile, per uno straniero, cessare veramente di esserlo per gli altri.

 

Corrado Alvaro ne “ La lunga notte di Medea “ (rappresentata nel 1949), concepisce Medea come una di quelle donne che hanno subito persecuzioni razziali, sacrifica i figli per non esporli alla sua stessa sorte, li uccide per salvarli. I Corinzi sono colpevoli, simbolo del pregiudizio dell’intolleranza. Medea é strata la vittima del fascino di Giasone, poi é diventata un’esule, una vagabonda, come lo diventeranno i figli se Creonte toglierà loro il padre. Sarà proprio l’intolleranza di Creonte a scatenare il dramma.

Singolare “ La Medea di Porta Medina “ di Francesco Mastriani (1819-1891), autore del romanzo popolare da cui fu tratto l’allestimento teatrale ad opera del regista Pugliese con Lina Sastri. Il romanzo da cui fu tratta l’opera teatrale negli anni ’90, é ambientato a Napoli. Medea-Coletta é un’orfanella lasciata alla “ruota” dalla nobildonna Cesarina Molisi, poi sua benefattrice. A diciotto anni le dà una dote e la fa sposare al quarantenne Pagliarella. Coletta rifiuta ogni rapporto con lui e lo lascia la sera stessa delle nozze, dopo averlo picchiato. Innamorata di Cipriano Barca, impiegato all’orfanotrofio, buon giovane benestante ma donnaiolo, fa di tutto per diventarne l’amante. Si trasferisce nel “basso” di Porta Medina, fa la cambiavalute e lui va a trovarla, anche se non smette di frequentare altre donne. Hanno una bambina , Cesarina, attaccatissima al padre. La signora Cesarina ottiene lo scioglimento del matrimonio, ma Cipriano sposa di nascosto la tessitrice Teresina, suscitando la folle gelosia di Coletta, che si vendica  strangolando la figlia, poi la getta agli sposi e ferisce a morte la rivale. Sarà poi decapitata tra il raccapriccio generale.

– 3 –

Chi ha completamente rovesciato il mito é la tedesca Christa Wolf.

Era attratta da Medea, dal suo lato “ misterioso ed oscuro “, di cui parla la tradizione mitologica patriarcale. Le premesse al suo romanzo nascono da lettere, diari, scambi epistolari con studiosi del mito e dell’antropologia. Fra questi sono ricorrenti Margot Schmidt e Gottner-Abendroth. Nel 1991, la lettura di Euriopide la sconcerto’. Allora si chiese : “E’ possibile che una guaritrice, in un’epoca in cui i figli erano considerati il bene supremo di una tribù, possa essa stessa averli uccisi” ? Euripide é stato il primo ad attribuirle l’infanticidio, mentre fonti antecedenti descrivono i tentativi di salvarli, portando i bambini nel tempio di Era, dove i Corinzi li uccidono.

Il romanzo s’intitola “ Medea – Voci “ e in 11 capitoli si alternano i monologhi di 6 personaggi, che non possono scambiarsi le idee proprio perché i loro punti di vista sono cosi’ diversi da non consentire la comunicazione. Non esiste una trama. I  6 personaggi parlano con se stessi ricordando eventi, suggestioni, riflettono sui fatti e il tutto é enunciato con recuperi temporali, rimandi, prolessi senza cronologia. Anzi, nel romanzo, é evidente una costante acronia in cui le epoche si intrecciano. Il mito, infatti, é frutto di stratificazioni avvenute in epoche diverse e per questo le fonti sono numerose , ma, appartenendo alla preistoria, quando ancora non c’era la scrittura, sono molto diversificate. La Wolf non ha voluto scrivere un romanzo storico, altrimenti si sarebbe sentita limitata : a le interessavano modelli di figure femminili vissute in epoche arcaiche, con i loro riti e usanze.

Medea, il cui nome significa “colei che conosce il buon consiglio” le é apparsa come una donna fra due sistemi di valori : la natia Colchide e Corinto, la città in cui si rifugia.Ma il rifugio puo’ trasformarsi in un abisso, se la straniera, la “barbara” della Colchide, all’inizio apprezzata come guaritrice, se ne va in giro superba, con le chiome sciolte, senza rispettare le convenzioni, libera e schietta nella sua “barbarie”, indagatrice. Ed é proprio la sua ansia di verità che la porta a scoprire il delitto, che sta a fondamento della città stessa. Creonte, che l’ha accolta e che ora la bandisce, ha ucciso la primogenita Ifinoe, proprio come in Colchide il padre Eete aveva sacrificato il figlio Apsirto. I Corinzi puntano soprattutto su questo capo d’accusa : l’uccisione del fratello Apsirto da parte di Medea.

L’antropologia ci viene in aiuto. Medea riunisce in sé le caratteristiche delle sacerdotesse che prendono il posto delle dee matriarcali che, dopo “le sacre nozze” insediano il re annuale ( nel caso di Medea il fratello Apsirto che, alla fine del ciclo stagionale “muore”, all’inizio realmente, evirandosi e poi metaforicamente, scomparendo per tutto l’inverno in una caverna da cui riemergerà a primavera. Lo smembramento, di cui é imputata Medea, non fa forse parte del  rituale di rinascita al quale rimanda la struttura ciclica dell’anno  ? (Ricordare lo smembramento di Orfeo, Dioniso, Osiride, ecc..).

C’é stato uno stravolgimento di fatti remoti, tramandati in modo frammentario, compiuto dai Greci di cultura patriarcale, incapaci di concepire un mondo di idee e sentimenti diversi dal loro.

I Corinzi, dunque, non le perdonano la morte di Apsirto. Ma la vera colpa di Medea é quella di avere scoperto il delitto di Creonte, in perfetta simmetria con quello commesso in Colchide dal padre Eete nei confronti del fratello. I personaggi di potere e vicini al potere come il primo astronomo di corte Acamente lo sanno, ma non possono nemmeno parlarne altrimenti ammetterebbero implicitamente di esserne al corrente. Medea li smaschera e per questo paga. ( pag. 104 ).

Medea nella cella in cui aspetta l’esito del giudizio, ricorda l’ammirazione che aveva provato per Giasone, la sua solidarietà. ( pag.111 ). Ora sente che Giasone  ormai é distante, ma in lei non c’é ombra di gelosia, non c’é nemmeno la solitudine dell’esclusa, dell’emarginata : é sempre stata autonoma costituzionalmente. E’ disperata si’, ma perché é capitata in un luogo che ha immolato un’innocente con la scusa che volevano salvare Corinto. ( pag.113 ). Giasone, invece, più ingenuo e disposto a credere, ha fiducia in Creonte. I suoi pensieri oscillano fra passato e presente. Rievoca lo sbarco, la leggenda di Medea, il Vello, l’intervento fondamentale di Medea nelle prove, il superamento delle stesse. Ancor oggi mostra la sua perplessità sul Vello, ma non intuisce, riguardo alle prove da superare, appartenendo a una cultura diversa, che si tratta di “cimenti matrimoniali”. La Colchide per lui

é un luogo misterioso in cui i morti, anziché seppelliti, vengono posti sui rami degli alberi finché gli uccelli non li spolperanno tutti, riducendoli ad ossa scarnificate. Ricorda anche la fascinazione ad opera di Medea e anche il suo ringiovanimento a riprova del potere di lei. (pag.65 )

Medea, da parte sua, ripensa alla partecipazione alla festa di Artemide, quando si era vestita da cerimonie e i bambini l’avevano guardata ammirati. ( pag.190-191 )

Alla festa, la folla, eccitata dal sangue dei venti tori sacrificati e indignata dal fatto che erano state compiute razzie da parte di alcuni prigionieri alle tombe più ricche, stava per entrare nel tempio per uccidere tutti i prigionieri. Medea aveva consigliato di ucciderne uno, ma quel morto crede di averlo sulla coscienza. Riuscita a scampare alla folla, si era addormentata, aveva assistito all’eclisse di luna, tenuta ben nascosta da Acamente per speculare sulla paura dell’ignoto. Dopo un breve sonno, aveva sentito una musica familiare proveniente da un gruppo di donne di Colchide che, sull’altro versante della montagna, celebravano la festa di primavera dedicata a Demetra. Mentre una falce di luna riappariva nel cielo,  avevano ricominciato a danzare, ma , a un tratto, avevano percepito il rumore di un’ascia.

Cadono ebrezza e gioia : qualcuno aveva abbattuto un albero : era un uomo morto.

Il gruppo di donne che Medea cerca invano di fermare, afferrano Turone, il profanatore (molto vicino al potere) e lo evirano. Lo mette in salvo insieme con Oistros (suo amante, personaggio inventato), poi lo aveva mandato dai bambini. Ci fu una paurosa rappresaglia, ma loro capanna, per intercessione di Giasone, fu risparmiata.

Ritorno al triste presente di Medea: stanno per venirla a prendere. Nostalgia. ( pag.208 ).

Giasone é andata a trovarla per l’ultima volta e riferisce le sue parole. (pag. 213 )

Dal corinzio Leuco, secondo astronomo di corte, abbastanza amico di Medea, apprendiamo della morte di Glauce, suicidatasi annegandosi nel pozzo e degli stessi figli di Medea. ( pag.230 )

Viene bandita e Arinna (figlia di Lissa) le dà la notizia della morte dei bambini.

Medea ora é libera anche dalla sofferenza. (pag.233 )

Lancia la maledizione finale : “ Maledirli. La maledizione su tutti voi. Io Medea, vi maledico. In quale luogo ,io ? E’ possibile un mondo, un tempo in cui possa stare bene ? ( pag.234 )

E’ una domanda a cui non si risponde, ma il finale aperto che non dà conclusione, suggerisce che Medea non é finita anche se annientata. Emerge la sfiducia nella storia e nella società rette da un potere che schiaccia e opprime gli individui liberi, che staranno sempre male in qualsiasi società, ma che non si daranno mai per vinti : annientati si’, ma non finiti, continuano la loro lotta.

Questo uno dei messaggi dell’opera.

1 risposta a “MEDEA TRA MITO E LETTERATURA”

  1. ecco perchè l’uomo libero è anche “straniero”

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